Chiesa di San Nicolò

La Chiesa di San Nicolò, nel suo impianto, risale ai primissimi anni del secolo XI. Ma sembra potersi affermare che esso, nella seconda metà del secolo successivo, subì importanti modifiche; la trasformazione dell’abside da semicircolare in quadrata, realizzò uno spazio corale più ampio (una soluzione simile la ritroviamo nella non lontana abbazia dei SS. Fidenzio e Terenzio); vi fu pure un prolungamento della parte anteriore del vano e la costruzione della facciata e della torre campanaria, quest’ultima mai portata a compimento e terminata con un campanile a vela, troppo modesto per la massiccia e solida costruzione sottostante, la sola che resistette nel crollo di tutto il lato destro.

La modesta facciata incentrava tutta la sua magnificenza in uno splendido portale architravato e lunettato, malauguratamente divelto dal suo contesto con tutti i nulla osta e le autorizzazioni dello stato fascista; oggi è sostituito con una copia fedelissima, eseguita dallo scultore Fernando Onori di Roma. Poggia su due leoncini accosciati che sembrano sproporzionati a sostenere il pesante sviluppo sovrastante; per cui probabilmente non ha visto male l’americano William H. Forsyth che li ha ritenuti più antichi e provenienti da altro edificio (la facciata precedente?); ambedue furono ricavati da due cippi carsulani, quello di sinistra con la iscrizione frammentaria:

T.FLAVIO T.F / Q. EGNAT. AUG /EX.AERE CON./DECUR.ET.AUG/ET.PLEBIS URB./ OB.CVIVS DIDI /EGNATIA.CC./MATER/EPVLVM TIRRIT;

quello di destra con poche lettere che non consentono alcuna integrazione. Altro frammento romano riadoperato era l’architrave, sul cui rovescio figurava altra epigrafe romana che menzionava un Laberius, membro di una nota famiglia carsulana. Frammenti decorativi romani riadoperati figuravano pare sul rovescio della soglia e, dello stesso tipo, su alcuni conci della lunetta. La decorazione romanica dei piedritti e dell’architrave è notevolmente asimmetrica, caso non insolito nella plastica del tempo, soprattutto derivata dalla collaborazione di due artisti, diversi per gusto e per abilità. Ad uno appartiene lo stupendo stipite sinistro, ornato da girali di acanto armoniosamente plastici e in perfetta sintonia con la corrente neoclassica operante tra Spoleto, Narni e Bevagna; all’altro, lo stipite destro e l’architrave, in cui troviamo associati motivi di ispirazione classica quali le losanghe con rosette con altri di chiara derivazione barbarica, in uno svolgimento più trito, più impacciato, meno plastico e meno regolare. Nei bassoiilievi del primo lapicida ritroviamo la scenetta di caccia in basso, il personaggio seduto, l’angelo in volo, gli animaletti, quasi peiduti tra la flora rigogliosa della equilibrata decorazione, mentre nell’architrave dell’altro, i cervi, il pavone, le rosette calanti si accentuano tra le foglie finte ricamate dal trapano.

Nella parte superiore è stato riaperto un occhio di cui restavano poche tracce. E il campanile ha riavuto la sua antica campana, che porta la data, il nome del committente e quello del fonditore, maestro Marco da Venezia, lo stesso che sembra avere eseguito la tazza in bronzo della fontana di Piazza Priora a Narni nel 1303:

ANN(o) MCCCXIII M(entem) S(anctam) S(pontaneam) H(onorem) D(e)O ET P(atriae) L(iberationem) M(a)G(Ìste)R MARCUS DE VENETIIS NOS FEC(it) T(em)P(o)R(e) DOP(n)I LEONARDI ABBATIS: ET T(em)P(o)R(e) IUCII DE FRACTA POTESTATIS: LAUDO DEU(m) SONITU POPULU(m) VOCO CONGREGO CLERU(m): DEFUNTOS PLORO EGN(em) STINGO GRA(n)DINEM OO.ç.FUGO.

L’interno, a tre navate, è diviso da colonne intramezzate da pilastri, con capitelli decorati, di diverso gusto e provenienza; il primo a sinistra, figurato, è in tutto simile a quello utilizzato come acquasantiera nella chiesa di S. Maria « de fori » a Cesi, e denuncia l’identica provenienza dalle rovine di Carsulae. Le pareti furono ornate di affreschi, di cui ancora nel 1936 restavano diverse tracce, specie presso la porta d’ingresso. Oggi non v’è che la sbiadita Madonna col Bambino in trono, nella parete absidale, opera di Ruggero da Todi, del 1295, come ricorda in basso una consunta iscrizione:

FACTEBONI.FECIT.F(ier)I.HOC.OP(us).A MAG(ist)RO.ROGETIO.TUTERTINO/I(n).NO(m)I(n)E.D(omi)NI.AM(en) AN(n)I.D(omi)NI.MCCLXXXXV.T(em)P(o)R(e).BONIF(acii).P(a)P(e).VIII.M(en)[s(e)].IULII.[D(omi)N(us).FRA(n)CISICUS.IUD]E[X].FILIUS.IACOBONI;

opera ispirata dalle Maestà di Duccio e di Cimabue; di fronte, l’immagine di S. Gregorio Magno, probabilmente dello stesso pittore o della stessa bottega; presso l’ingresso, sul primo pilastro a sinistra un evanescente residuo di Madonna col Bambino.

Nella navata destra sono stati recentemente raccolti diversi frammenti di marmi romani e medievali, di cui purtroppo non si conosce la provenienza. Fra i pezzi più notevoli, citiamo: un capitello corinzio da lesena; due frammenti di cornicione sostenuti da mensole e ornati di rosette, ovuli, motivi floreali; due frammenti altomedievali, forse di ciborio, dell’VIII o IX secolo; un grande leone che atterra un ariete, scultura simbolica che ritroviamo sulle facciate di alcuni palazzi comunali umbri (vedi Spello e Montefalco, ambedue datate 1270), da cui questa si discosta per una maggiore monumentalità e un maggiore verismo.
Sul fianco sinistro della chiesa, una grande porta architravata con gli stemmi consunti di Innocenzo VIII e del cardinale commendatario Giovanni Michiel (+1503), immetteva nella casa abbaziale, oggi in gran parte ricostruita sulle tracce antiche.

Tratto da “San Gemini e le terre arnolfe”, di Silvestro Nessi, San Gemini 1996 3° Edizione, Edito da Ass. Pro San Gemini.
Foto: Stefano Ferri. © 2014.